Celso Santebanes, il Ken Umano, clinica del Narcisismo

È con un articolo che parte dal gossip, cui tutti, TG inclusi hanno prestato poca attenzione, che riprendo a scrivere sul blog, dopo più di un anno di totale silenzio. Spero non passi inosservato.


Domenica 7 giugno 2015 è morto Celso Santebanes, un ragazzo di vent’anni che nella sua breve vita aveva subito, spontaneamente, interventi plastici sin da quando aveva 16 anni, per una cifra vicina ai 40.000 €, secondo quanto riportato da www.leggo.it .
Il ragazzo è deceduto in seguito a una rara e aggressiva forma di leucemia, che ha aggredito l’apparato respiratorio, facendo degenerare una polmonite in un’infezione che si è rivelata letale, per il corpo straziato del giovane.

“Obsessed with the perfection of physical beauty, Santebañes started to identify features of his face that didn’t look like the Mattel brand doll,”
Come riportato sul web e dai notizari, Celso non era soddisfatto del suo corpo, del suo viso, del suo Sé esteriore: l’immagine che gli rimandava lo specchio non era accettabile, è come un bambino che non si riconosce allo specchio. Così all’età di 16 anni iniziò il suo percorso di “correzione delle imperfezioni estetiche”, iniziando a somigliare sempre più a Ken, la famosa bambola compagna di Barbie della casa Mattel.
Non contento, Celso, lanciò, prima di morire, la produzione di una Sua bambola, che non fosse un nuovo Ken, ma che prendesse proprio il nome del ragazzo, come se solo un Celso Santebañes non fosse sufficiente.

Ma come si arriva a un gesto così estremo?
Come un ragazzo di sedici anni può arrivare a decidere di sottomettersi a decine di interventi chirurgici pur di ottenere qualcosa che rispecchia l’Ideale dell’Io?

A queste dommande provò a rispondere Sigmund Freud e, in seguito, anche Jaques Lacan. Il Padre della psicoanalisi, ancora prima di introdurre il concetto di pulsione di morte (concetto che prevede una spinta autodistruttiva dell’individuo, studiata dall’autore poco prima della morte, avvenuta subito prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, in clima totalitarista) ci parla del Narcisismo e di come, appunto, la fissazione libidica sul Sé possa portare l’uomo alla soglia della psicosi.
Freud in “Introduzione al Narcisismo”, descrive due tipi di narcisismo:

  1. Il Narcisismo primario è tipico del neonato, è un’energia psichica indifferenziata che viene inizialmente investita sull’Io e che implica l’illusione narcisistica di onnipotenza e e perfezione (concetto di egoismo primario nei bambini);
  2. Lo sviluppo normale del bambino prevede il superamento del Narcisismo primario e l’investimento libidico di un “oggetto”, di un “Altro da Sé”, che dà il via alle relazioni oggettuali (ai rapporti relazionali con gli altri: madre, padre, fratelli, etc.) e conclude lo sviluppo psicosessuale individuale. Tuttavia, non sempre tutto ciò avviene. È stato spesso riscontrato un ritorno al Narcisismo, a quello stato di falsa onnipotenza avvertita dall’Io, quell’incapacità ad accettare l’Altro perché diverso da Sé. Freud chiama questa “regressione”, Narcisismo secondario, in cui la libido oggettuale viene ritirata dall’oggetto, nuovamente sull’Io.

Nel caso del Narcisismo secondario, l’uomo può amare ciò che egli è; ciò che egli era; ciò che egli vorrebbe essere: è questo, secondo me, il caso del nostro “Ken”. Egli ha idealizzato un oggetto di bellezza, una bambola, identificandosi con essa. L’Io va incontro a un’identificazione psicopatologica che può portare alla Paranoia o alla Melanconia.
Qui si riallaccia al discorso Jaques Lacan, psicoanalista francese, che riprese le orme di Freud, laddove la psicoterapia andava in direzioni opposte.

Lacan ipotizza che l’alienazione avvenga mediante la costituzione immaginaria dell’io, attraverso un’identificazione immaginaria, narcisistica, con la propria immagine, nello “stadio dello specchio” tra i 6 e i 18 mesi. Durante questa fase il bambino si identifica con l’immagine ideale di sé, che va costituire l’io ideale.
Questa immagine gli viene rimandata dai genitori attraverso ciò che loro si aspettano da lui come oggetto narcisistico, a livello immaginario. Il bambino si identifica quindi con ciò che è altro da sé, con l’oggetto narcisistico genitoriale. Egli si identifica anche con l’immagine del proprio corpo nello specchio, intera, speculare, ideale. Questa identificazione primaria gli rimanda una Gestalt (una totalità, una forma)  unificante di un corpo che fino allora era percepito solo come frammentato. La specularità del bambino con la madre si duplica in quella del bambino con se stesso.

Un esempio della costituzione immaginaria dell’io ci viene dato dall’anoressia. Durante l’infanzia del soggetto anoressico nello sguardo della madre, che permette al bambino di riconoscere la sua immagine, c’è stato qualcosa che non avrebbe dovuto esserci, qualcosa di troppo o troppo poco che il soggetto cercherà di livellare. L’immagine di sé che il bambino si forma è, infatti, strettamente correlata a quella che i genitori gli rimandano. Il corpo frammentato nel reale non è stato trasformato in un’immagine unificante a livello dell’Io Ideale, l’immagine speculare presenta cioè un difetto primario, una ferita narcisistica. L’anoressica non accetta quell’immagine come costituente, non ci si riconosce, cerca di costituirla con la volontà, investendo di godimento la sua immagine corporea, nel tentativo di portare a buon fine la specularizzazione con la madre e per evitare l’affiorare dell’angoscia di frammentazione dell’immagine.

È questo il caso del giovane Celso: lui disconosce se stesso e, in maniera ambivalente, cerca, proprio come l’anoressica, di trovare l’immagine nello specchio, l’immagine perfetta che non esiste, che conduce alla morte. Così si getta nel godimento reale, negli interventi, nella gloria derivata dalla fama, dalla frivola pubblicità che gli è stata fatta e, di conseguenza, accresce il suo Ideale di sé. Non cerca più neanche di ottenere il risultato previsto (somigliare in tutto e per tutto a “Ken” della Mattel, ma va oltre, alienando completamente se stesso e immergendosi nel godimento libidico di sé, vendendo delle bambole a sua immagine e somiglianza.
Come Narciso si lasciò morire, senza nutrimento, struggendosi per l’amore che non riusciva a ottenere dal suo riflesso nello stagno, così ci ha lasciati Celso, che ha fatto un passo in più rispetto a Narciso, che ha messo in atto il “passaggio all’atto”, sottoponendosi a una serie di interventi che hanno minato la sua salute e non gli hanno dato la serenità che in essi cercava. Lo dice lui stesso nella sua ultima intervista: “Chi come me vuole essere perfetto, in realtà cerca di colmare un bisogno d’amore”.

Ecco l’estremizzazione di un Ideale di Sé. Ecco un esempio di godimento mortale della propria immagine. Che le sue parole possano fare da monito a quanti tutt’ora non si riconoscono nello specchio del simbolico.

Per una società che vada oltre l’estetica,

Enrico

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